Applausi a scena aperta e tanto entusiasmo lunedì 2 marzo, al Teatro Socjale di Piangipane, dove un centinaio di studenti degli Istituti Morigia-Perdisa di Ravenna e Persolino-Strocchi di Faenza ha preso parte al Report 2025 delle Cooperative Agricole Braccianti.
Innovazione tecnologica e di prodotto, agricoltura di prossimità, sostenibilità, benessere animale, valorizzazione del territorio: questi i temi che ricorrono nelle sette idee cooperative presentate dai ragazzi, tante quante sono le Cab in campo (Comprensorio Cervese, Campiano, Terra, Agrisfera, Bagnacavallo e Faenza, Fusignano e Massari).
L’iniziativa ha rappresentato il momento conclusivo del progetto “Semi di Cooperazione”, promosso nelle classi terze e quarte da Legacoop Romagna, Promosagri e Federcoop Romagna in collaborazione con Ravenna Teatro,
La giornata è stata aperta dai saluti della presidente della Provincia, Valentina Palli e del presidente di Promosagri, Stefano Patrizi. Laura Redaelli di Ravenna Teatro ha quindi presentato i dati del Report CAB 2025. Dopo la presentazione dei progetti da parte dei ragazzi ha avuto luogo la tavola rotonda condotta dalla giornalista Chiara Brandi con l’assessore regionale all’agricoltura, Alessio Mammi, il vicepresidente di Promosagri, Paolo Rosetti e il presidente di Legacoop Romagna, Paolo Lucchi.
Unanime l’apprezzamento per il lavoro svolto dai ragazzi, che al termine sono nuovamente saliti sul palco per le premiazioni e la consegna degli attestati finali. Tutte le classi avranno la possibilità di partecipare a una visita didattica di un giorno a una realtà della filiera cooperativa agroalimentare dell’Emilia-Romagna.

Riepilogo presentazione Report CAB del 2 marzo 2026 – Teatro Socjale – Ravenna
Report su base dati consuntivi 2024
La prima cooperativa tra operai braccianti d’Europa nasce a Ravenna nel 1883 grazie all’impulso di 32 lavoratori riuniti. Presto questa cooperativa, così come altre simili e vicine nate in seguito sul suo esempio, si affermerà nella realizzazione di opere pubbliche di bonifica.
Esaurendosi l’epoca dei grandi lavori pubblici, queste cooperative, per continuare a dare lavoro ai propri soci, riunite sotto l’egida e l’indirizzo della Federazione delle cooperative della provincia di Ravenna, acquistano la prima azienda agricola nel 1914, la “Tenuta Marcabò”. Anche le altre CAB seguiranno la strada dell’agricoltura, crescendo di numero fino alla metà del ‘900, dove se ne potevano contare oltre tre decine.
Nel 1980 le CAB erano 31 con 9.500 ettari in proprietà, 8.100 in affitto e 8.154 soci lavoratori. In
seguito l’evoluzione delle tecniche agricole ha portato progressivamente alla crescita delle loro
dimensioni aziendali, a un utilizzo meno intenso della manodopera e a un processo di fusioni che ha portato alle 7 CAB di oggi.
I lavoratori sono impiegati in produzioni agricole erbacee, arboree, nei ripristini ambientali, nelle tre stalle, due da latte biologico e una da ingrasso bovini, in due agriturismi e 5 biodigestori per la produzione di energia verde.
Tutto questo su una superficie in proprietà 12.036 ettari (32 ettari in più sul 2023): un patrimonio indivisibile e intergenerazionale, perché di proprietà delle cooperative e non dei singoli soci, quindi a disposizione per le future generazioni.
Leggermente in calo la Superficie Agricola Utilizzata (cioè la terra realmente destinata alla
produzione), con 11.594 ettari di cui l’89% per la coltivazione di produzioni erbacee, il 4% per frutteti
e vigneti, il 7% destinati a recuperi ambientali con boschetti, siepi, prati per insetti impollinatori,
stagni. Di questi 11.594 ettari, circa il 7% sono gestiti in affitto.In merito alle produzioni erbacee, la superficie è destinata per il 48% a colture da seme, circa il 36%
alla filiera di trasformazione, mentre il restante 16% al biogas.
La vendita delle sole produzioni erbacee e arboree ha realizzato 24,5 milioni di euro, in recupero del 34% rispetto all’anno dell’alluvione, ma comunque non sufficiente per ritornare ai livelli precedenti, a causa del perdurare delle difficoltà agronomiche post alluvione; difficoltà che continuano anche nel 2025, dove si prospetta ancora un risultato molto incerto a causa di piogge autunno/invernali sovrabbondanti.
Al biologico nel 2024 è stato destinato il 19% della Superficie agricola utilizzata.
Stabili i ricavi da energia rinnovabile: 40.000 megawattora annui prevalentemente da biodigestore, con 5 impianti, e da fotovoltaico.
I ricavi netti, cioè l’insieme di tutte le attività delle CAB, raggiungono i 47 milioni di euro, in aumento rispetto all’anno precedente, e sono così divisi: il 44% da colture erbacee, il 6% da arboree, il 14% dalla zootecnia, il 5% da agriturismo, il 15% da energia, il 12% da contributi, il 4% da altre entrate varie.
Il parziale dei ristori danni destinati alle CAB, a seguito della devastante alluvione del 2023, hanno consentito di sostenere l’attività con un saldo di 5,3 milioni di euro, provenienti in particolare da Stato, Agricat, Unione Europea, Regione Emilia-Romagna, assicurazioni, sgravi contributivi, solidarietà da altre cooperative.
Per quanto riguarda l’utilizzo dei fattori produttivi, per ogni ettaro sono state impiegate, in media, 22 ore uomo e 12 ore macchina, in ripresa ma comunque ancora sotto l’intensità registrata prima dell’alluvione.
La partecipazione economica dei soci ai risultati della cooperativa si conferma non solo con il
rispetto rigoroso del contratto collettivo per tutti i lavoratori, ma anche con ristorni, premi di
produzione, assistenza sanitaria, eventi sociali.Gli investimenti realizzati dalle CAB ammontano nel biennio 2023-2024 a circa 9 milioni di euro, al netto dei contributi europei, e riguardano soprattutto miglioramenti fondiari, attrezzature, organizzazione, macchinari e strutture per l’attività.
Nell’ultimo triennio aumentano gli acquisti da altre cooperative della filiera agroalimentare
romagnola, che raggiungono il 53% del totale, mentre i conferimenti dei prodotti agricoli, sempre alle cooperative di filiera, si confermano stabili al 79%.
La destinazione delle produzioni bio è assorbita dalla filiera cooperativa, con oltre il 65%. Il 17% è utilizzato internamente dalle Cab per l’alimentazione dei capi destinati alla produzione di latte bio, mentre il restante 18% va al mercato privato esterno.
La maggior valorizzazione che ci si aspetta nelle produzioni biologiche rispetto a quelle
convenzionali purtroppo non c’è più o non è mediamente più consistente.
Va segnalato anche che sui terreni delle CAB operano ben 30 apicoltori con le loro arnie.
Da alcuni anni le CAB misurano la propria aderenza ai 7 valori internazionali della cooperazione con un sondaggio tra i soci a scrutinio segreto. Secondo il 95% la loro cooperativa promuove l’adesione sociale presso i lavoratori. L’89% si dichiara coinvolto nell’attività della CAB, mentre l’86% ritiene di essere partecipe dei risultati economici.
Si conferma ampiamente raggiunto lo scopo mutualistico delle CAB, con una prevalenza media del lavoro da soci del 76%.
I lavoratori, prevalentemente operai avventizi, sono 596, di cui 88 nuovi entrati, mentre calano di circa il 6% i soci, nonostante 21 nuovi associati; invariato il numero di persone impegnate nel
comparto tecnico.
I lavoratori uomini sono il 51% del totale.
I giovani sotto i 40 anni sono in calo del 28% rispetto agli anni precedenti, così come, seppur di
poco, gli stranieri.
Nei consigli di amministrazione le donne sono il 34%, mentre i giovani il 36%.256 persone hanno partecipato a corsi di formazione nell’anno.
I soci che partecipano alle assemblee sono stabili al 66% del totale. I CdA sono composti
mediamente da 9 persone che si riuniscono circa 9 volte all’anno.
Secondo il 96% dei soci la cooperativa è autonoma e indipendente, mentre per il 93% la CAB
promuove l’educazione e la collaborazione con le altre cooperative.
Il risultato più alto si ottiene alla domanda se la cooperativa lavora e contribuisce ad uno sviluppo durevole e sostenibile della propria comunità, con il 99% delle risposte affermative.
In sintesi, le CAB si confermano aziende dal patrimonio solido mentre le criticità più evidenti, negli anni successivi all’alluvione, sono legate alla scarsa redditività agronomica e, conseguentemente, alla difficile tenuta numerica dei lavoratori e delle basi sociali.

